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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Ok, il titolo del post è un po' trappe-couillons. Tutto per dirvi che questo blog sta passando a feedburner per gli RSS e che fra poco l'altro RSS verrà dismesso. Fine comunicazione di servizio.
Via Salvelli vengo a conoscenza che Youtube starebbe diventando più seguito di MySpace: il sito di condivisione video più famoso del mondo avrebbe beneficiato in questo mondo dall'integrazione con Google in seguito all'acquisizione di settembre. Vedremo i possibili sviluppi nell'anno in corso, senza dubbio l'area del video sharing sarà quella sottoposta a maggior pressione competitiva nell'anno in corso, vista l'entrata di nuovi player (vd. quelli elencati da montemagno e il joost prossimo venturo).
Leggo con profondo rammarico i dati di una ricerca di Comscore Media Metrix sulla penetrazione dei blog, da cui si rileva che il 58% dei Canadesi on line consulta i blog, seguiti dal 51% degli Spagnoli e dal 45% dei Francesi e degli Inglesi.
E l'Italia? Le percentuali sono più basse - solo il 30% li consulterebbe - ma decisamente maggiori rispetto alla nostra ricerca condotta in marzo in collaborazione con TNS-Infratest, in cui si evidenziava il primato di altri User-generated media. In verità sarei curioso - what a fuss! - di leggere i dati specifici per vedere la metodologia e meglio comprendere alcune cose.
Penso che una ricerca per essere efficace e completa debba essere condotta ponendo dei benchmark di riferimento come gli altri UGM, forum e newsgroup. Tuttavia, ricerche come quella di Comscore non possono che far bene per tracciare una direzione e farsi un'idea del fenomeno in un'ottica comparativa.
Thanks to Micro Persuasion.
Enron e WorldCom negli States, poi in Italia, Cirio, Parmalat, Giacomelli, avevano dato vita a una stagione di scandali finanziari capaci di travolgere l'intero sistema economico; corporation in primis, ma anche il mondo dell'informazione con un sensibile calo della fiducia degli utenti verso i media.
In cima alla lista delle priorità delle aziende si sta riproponendo con insistenza negli ultimi tempi un problema di "reputation".
Per chi opera nelle PR sarà interessante dare uno sguardo a questo articolo di Forbes basato sulla recente ricerca del Reputation Institute, volta a misurare la reputazione delle più grandi aziende mondiali.
Dalla ricerca apprendo con un pizzico di sorpresa, ma con enorme piacere che il primato della reputation su ben 600 dei maggiori gruppi mondiali spetta alla italianissima Barilla e anche il gruppo Ferrero primeggia nella classifica stilata dal Reputation Institute (8° posto del RepTrak Rank 2006).
Ultime curiosità: la maglia nera della reputation va alla Halliburton, azienda operante nel settore energia, male anche Mitsubishi Motors.
Per approfondimenti tecnici in materia di corporate reputation, sul sito http://www.reputationinstitute.com/ - dove è possibile richiedere la ricerca - ci sono contributi multimediali (video + podcast) che spiegano "What is Corporate Reputation?"
Una interessante ricerca Forrester Research fa luce sulle abitudini di consumo mediatico da parte delle persone, prendendo spunto dalle loro differenti modalità di ricerca sul web .
Secondo Charlene Li, analista di Forrester, il comportamento degli utenti in rete determinerebbe una vera e propria linea di demarcazione intergenerazionale.
Nello specifico, fermo restando per tutte le fasce d'età l’utilizzo dei principali motori ricerca, come Google e Yahoo, le differenze riguarderebbero:
• per quelli della Generation Y, persone dai 18 ai 26 anni, i metodi più comuni di ricerca sono il word of mouth tra amici, i collegamenti dai blogs, i banner.
• gli Xers , persone comprese tra i 27 e i 40 anni, sono spesso raggiundinbili atraverso altri media compresi il passaparola e le E-mail.
• i Boomers di II generazione - persone tra i 41 e i 50 anni - e i Boomers di prima generazione – persone tra i 51 e i 61 anni sono invece sempre legati ai mezzi di comunicazione classici come la carta stampata o il packaging dei prodotti dai quali in genere traggono spunto per le loro navigazioni in rete. Gli utenti “senior”, tendono a digitare direttamente l’URL della pagina ricercata, in genere suggeritagli da familiari o amici.
Altre curiosità dell’indagine condotta da Forrester sul sito clickz.com.
I servizi web 2.0 nelle versioni on-line dei top 25 quotidiani italiani non raggiungono nemmeno lo standard degli ultimi 25 della classifica stilata da Bivings Report, in uno studio riguardante l'uso di Internet da parte dei principali 100 quotidiani americani per numero di lettori.
È quanto emerge dall'analisi comparativa (sintetizzata nel grafico qui accanto), condotta ancora da Bivings Report, che confronta i dati delle Top 100 testate USA oggetto di studio, con le Top 50 testate italiane utilizzate da Luca Conti per la sua analisi su "I quotidiani italiani e Internet".
Si tratta di un dato che mette in luce, se ve ne fosse ancora bisogno, il passo incerto dei nostri editori nella corsa all'innovazione e alle nuove opportunità offerte dalle nuove soluzioni tecnologiche all'insegna della condivisione e della collaborazione tra persone.
Qualcosa comunque sembra muoversi nel panorama TV-centrico dei media italiani.
Proprio oggi infatti, il giornalista Alessandro Longo, parla sul proprio blog di un possibile acquisto di Splinder da parte di Rcs.
La valutazione per una delle principali piattaforme di blog in italia, si aggirerebbe intorno ai 20 milioni di euro.
Oggi su Pandemia trovate un rigoroso studio condotto da Luca Conti su "I quotidiani italiani e Internet".
L'autore si chiede, quanto la crescita di Internet abbia inciso sul mondo della carta stampata e come le principali testate - sono state prese in considerazione le prime 50 per numero di lettori, secondo gli ultimi dati ADS - e i loro editori hanno affrontato la svolta tecnologica da tempo in atto nel mondo dell'informazione (aggiungerei all'estero perchè in Italia...mmm).
Ne viene fuori un bello studio quantitativo che fa il punto della situazione per quanto riguarda lo sviluppo della presenza on line dei più importanti giornali italiani.
Risultato: I quotidiani italiani e Internet...sono ancora distanti
A voi le conclusioni dopo la lettura della ricerca scaricabile da qui.
L'ultima trovata di Google è Google Trends, un'applicazione web che consente di misurare la frequenza con la quale una determinata parola o argomento viene ricercata dagli utenti di tutto il mondo.
Divertente, davvero. Io ho fatto varie prove e alla fine sono riuscito a ricavare dei risultati, almeno a senso, verosimili, comparando 5 temi d'interesse nazionale: tasse, occupazione, politiche sociali, fisco, pubblica istruzione.
In testa ai pensieri degli italiani, anche in Rete, c'è sempre una cosa: le tasse (come risulta dal grafico qui acccanto).
In altri casi i risultati di Google Trends invece hanno mi hanno lasciato un tantino perplesso, d'altro canto, avvisa la società: "Google Trends aims to provide insights into broad search patterns. It is based upon just a portion of our searches, and several approximations are used when computing your results. Please keep this in mind when using it".
Insomma, non aspettatevi miracoli, almeno per ora, ma il divertimento con questo tool è assicurato.
Altre caratteristiche interessanti del servizio:
- la possibilità di vedere dei grafici relativi alle città dalle quali sono state effettuate più ricerche. Bello, ma anche qui qualche dubbio rimane.
Ad esempio in tutti i test effettuati, tra le principali città campione compare Nola ( Italy).
Ora, per quanto ne so, Nola è un piccolo centro in provincia di Napoli, farà 50mila abitanti in tutto, possibile che compaia sempre nelle "top cities" di Google Trends? Mmmm
- Accanto al grafico, vengono rilevati da Google i principali articoli relativi agli argomenti oggetto di ricerca (in corrispondenza dei quali si registrano spesso dei picchi delle discussioni in Rete).
Giudizio: migliorabile, ma assolutamente geniale. Il suo utilizzo in chiave aziendale potrebbe essere prezioso in futuro.
Da Burson-Marsteller una survey che indaga l'atteggiamento di giornalisti e aziende italiane verso i blog. I dati sono stati resi noti ieri - apprendo da un resoconto apparso su Adv express - da Tommaso Valle, managing director dell'agenzia.
L'analisi che è stata condotta su un campione di 112 intervistati tra responsabili comunicazione e marketing e giornalisti, fotografa l'atteggiamento esitante da parte delle aziende nei confronti dei blog, mentre i giornalisti - come aveva già evidenziato una nostra ricerca alcuni mesi fa - confermano una certa familiarità nei confronti del fenomeno.
La differenza tra giornalisti e manager si palesa soprattutto in due punti della ricerca di Burson: la frequenza di consultazione e la differente valutazione che gli uni e gli altri danno sul grado di attendibilità dei blog.
Su quest'ultimo punto la disparità di vedute tra manager d'azienda e giornalisti è netta, se 61,5% delle aziende li considera poco o per niente attendibili, per contro, il 64,1% dei giornalisti valuta i blog molto o abbastanza attendibili.
Anche per questo motivo forse, si spiega la differente frequenza di consultazione dei diari on line tra giornalisti e i responsabili comunicazione (il 48,7% dei giornalisti, infatti, dichiara di consultare i blog almeno una volta alla settimana per trarre informazioni su imprese o mercati contro appena il 29,5% dei manager).
Sembra accomunarli, per il momento, soltanto la curiosità nei confronti di un fenomeno in rapida ascesa, per il resto, la conoscenza e l'uso di questi strumenti e soprattutto il loro impiego in chiave aziendale sono ancora in una fase nascente.
Due giorni fa Sarah Zielmann, ricercatrice dell'M.A. Institut für Kommunikationswissenschaft der Westfälischen Wilhelms-Universität Münster, mi ha chiamato per una chiacchierata telefonica sul tema "CEO-blogs" in Italia.
Sarah, sta realizzando un' analisi comparativa sui CEO-blogs tedeschi, francesi, italiani ed inglesi, il cui obiettivo è quello di mostrare quali opportunità e quali minacce questi strumenti di comuniazione posso presentare per le aziende. Una chiacchierata in cui si è parlato dei CEO blog italiani, pochissimi per la verità, quindi delle possibili cause di un bilancio ancora così magro.
Ho provato ad ipotizzare, sulla base della mia personale esperienza:
- barriere di carattere culturale (leggi, diffidenza nei confronti del mezzo o scarsa conoscenza dello stesso che rende più difficile vederci concreti benefici );
- paura che una eccessiva permeability e del giudizio degli altri (leggi, scarsa abitudine al dialogo da parte delle aziende);
- difficoltà di carattere pratico o personale (leggi, mancanza di tempo, mancanza di capacità personali, difficoltà a generare idee per i post, quindi a scrivere frequentemente);
Adesso sono proprio curioso di sapere cosa verrà fuori dalla ricerca di Sarah. La ricercatrice presenterà i risultati nel corso di due convegno, EuroBlog 2006 symposium, in seguito, all' 8th International Conference GOR 2006 , manderà, infine, il suo lavoro anche a me. Ve ne parlerò certamente su Business & Blog prossimamente, quindi, state in campana.
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